Heidi e Remì: i cartoni animati che ci hanno insegnato che cos’è la tristezza

Esempi di Cartoni animati

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Che quando li guardavi stavi con la mano appoggiata sui gioielli di famiglia. 

Immagino che molti di voi, come me, abbiano passato molti dei propri pomeriggi infantili e adolescenziali di fronte ai cartoni animati made in Japan. Per chi come me è nato negli anni 70 la scorpacciata di serie giapponesi è stata praticamente infinita. Gli Anime, con le loro tematiche spesso difficili e drammatiche, hanno mostrato al mondo come si potesse usare un mezzo come quello dell’animazione anche per raccontare storie dal taglio più adulto, mantenendo comunque la capacità d’intrattenere e avvincere anche fasce di pubblico apparentemente (e superficialmente ritenute tali) incapaci di recepirne l’innovazione. Spesso però ci si imbatteva in serie che, anche a voler essere generosi, andavano oltre la consueta e tipica drammaticità, che veniva sorpassata con fare aggressivo dal carro funebre strombazzante della tristissima sfiga.

Eccone un paio di esempi.

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Heidi

Partiamo con quello più leggero e solare, ma che ha lo stesso una triste storia di abbandono alle spalle. Basata sull’omonimo romanzo, la serie si sviluppa sulle vicende della piccola Heidi, un’orfanella di cui sua zia si disfa perché ha trovato un lavoro a Francoforte. A causa dell’assenza di asili in Svizzera, la bambina viene lasciata in custodia al nonno burbero e solitario, che vive sulle alpi e che tutti evitano per il suo famigerato caratteraccio e per la sua cronica puzza di formaggio.

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“Nebbia! Sbranalo!”

No, aspè! Cioè, il vecchietto (che poi così anziano non è, diciamocelo) è in realtà solo timido e un pò introverso, ma appena gli arriva la fibra ottica lì in montagna, si iscrive a Facebook e si fa un sacco di amici postando video di caprette saltellanti.

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“Così va meglio. Ma non t’allargà, regazzì!”

Comunque, Heidi piano piano si adatta alla vita col nonno e fa amicizia con gli abitanti della zona. Ma poi alla zia viene un attimo la crisi di coscienza per aver abbandonato la bambina in mezzo al nulla e torna sui suoi passi, riprendendosela con nochalance. La porta a Francoforte con sé perché faccia da dama di compagnia a Clara, una ragazzina disabile, e venga istruita assieme a lei dalla signorina Rottenmeier.

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questo bel donnino qui

Nonostante la piccola Heidi si trovi al cospetto di una maniaca del controllo, ossessionata  dalla disciplina, dalla severità e dalla punizione (tanto che la conoscono tutti ai club BDSM come la Dominatrice), non riesce ad ambientarsi, riuscendoci in parte solo grazie al conforto della nonna di Clara. La serie termina con il ritorno di Heidi sui monti e la guarigione di Clara grazie all’aria di montagna.

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Remì

Una delle cose più tristi che un essere umano possa sopportare. Figuratevi poi quando avete solo quattro o cinque anni. Per la mia generazione, Remì ha significato avere le mamme e le nonne che ti dicevano di non guardare Goldrake, Mazinga, Jeeg, Daitarn 3 e compagnia sparante (che poi magari diventavi uno che si metteva a urlare frasi scomposte ogni volta che doveva fare qualcosa), obbligandoti a seguire le (dis)avventure del piccolo artista di strada. Una roba così traumatica che in confronto i mostri meccanici del Dottor Hell erano i Teletubbies.

La serie è basata sul romanzo Senza famiglia ed è all’insegna della tragedia. Quando va bene. E’ che quasi subito si capisce che Remì è un portatore sano di sfiga per uomini e bestie. Tutto inizia con la sua nascita: quando è ancora in fasce viene fatto rapire da suo zio che non lo vuole attorno nel caso di un’eredità. Dalla natia Inghilterra viene spedito in Francia, dove viene trovato e adottato dalla famiglia parigina Barberin, che ancora non sa a cosa va incontro. Il patrigno, che fa il muratore, si infortuna gravemente e non può più lavorare. Decide di denunciare il suo datore di lavoro, ma perde la causa. Per pagare le spese processuali è costretto a vendere anche la mucca di famiglia.

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che ringrazia commossa i suoi acquirenti per averla salvata appena in tempo

Non avendo più nulla, la famigliola decide di disfarsi del trovatello, che a otto anni viene ceduto al signor Vitali, un’artista ambulante che si esibisce con tre cani e una scimmietta.

Ancora per poco.

Il vecchio viene arrestato e condannato a due mesi di carcere. Mentre è costretto a vivere di stenti, Remì viene soccorso da una turista inglese, la signora Milligan (che in realtà è sua madre, ma non lo sa), che lo accudisce fino alla scarcerazione di Vitali. La compagnia riunita dura poco. Durante l’inverno due cani vengono sbranati dai lupi e poi il freddo si porta via la scimmietta, Vitali e l’ultimo cane. 

Il portasfiga ambulante viene raccolto dalla famiglia Acquin, che in breve tempo viene funestata anch’essa dalle disgrazie, perdendo tutti gli averi per una grandinata e l’arresto per debiti del capofamiglia. Remì si fa prendere da qualche dubbio solo quando, attraversando la strada, nota che un gatto nero si tocca gli zebedei, ma poi incontra il suo vecchio patrigno Barberin che gli muore davanti e lascia perdere.

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il momento della consapevolezza

L’uomo fa in tempo a dirgli che la sua vera madre è viva e lo sta cercando, così Remì prova a espatriare in Inghilterra con il suo amico Mattia, che magari lì non lo conoscono e qualcuno ancora gli parla. Vengono catturati dai Driscoll, che vogliono estorcere soldi ai Milligan in cambio della liberazione del ragazzo, che però attiva i suoi poteri e non ce n’è per nessuno. La polizia cattura i carcerieri proprio durante la fuga dei due ragazzini, che vengono anch’essi arrestati come complici.

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Mattia inizia a farsi due conti sull’amico

Remì fugge dal riformatorio e si rimette alla ricerca della madre, che finalmente incontra a Ginevra. Il lieto fine sembra dietro l’angolo, ma Remì (ormai considerato un’arma di distruzione di massa) vuole continuare il suo viaggio con l’amico Mattia per vedere se magari riesce a scatenare la peste nera. Lo hanno visto diretto in Svizzera.

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“Se vedi Remì nei paraggi, svegliami:”

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